29 Marzo 2012
Le province il Decreto Salva Italia


L’art.23 del decreto cd. “Salva Italia” (201/2011), ai commi 14-23 come riformulati dopo l’iniziale redazione, contempla varie novità rispetto al ruolo, alla struttura ed alle funzioni delle Province. Molti profili di questa nuova disciplina sono decisamente problematici. Le novità sono in sintesi le seguenti: a. a partire dal gennaio 2013, salva disciplina transitoria per  le amministrazioni a scadenza nel 2012 e nel 2013, vengono meno le Giunte provinciali e i Consigli si dimezzano in consistenza; b. le Province assumono un ruolo di mero indirizzo e coordinamento dell’attività dei Comuni; c. le funzioni provinciali attuali devono essere trasferite con legge regionale o statale, secondo la rispettiva competenza, ad altri enti; d. insieme alle funzioni vengono trasferiti finanza e personale; e. il Presidente della Provincia non viene più eletto direttamente, ma dal Consiglio provinciale. Questo insieme di misure presenta delicati problemi di costituzionalità. L’art.114 della Costituzione, pur rivisto nel 2001 con il resto del titolo V, mette le Province sullo stesso piano di Comuni e Regioni: per conseguenza, mentre non è facile configurare un ruolo di indirizzo e coordinamento per le Province sui Comuni senza supporto costituzionale, rimane che l’esercizio del principio democratico, cioè il ricorso all’elezione diretta, viene di fatto parzialmente svuotato di contenuto e significato, dandosi vita ad un ente di secondo livello con competenze facilmente definite e carica popolare in gran parte vana. Emerge tuttavia un secondo problema, forse ancora più rilevante. Il disegno delle autonomie territoriali si è venuto faticosamente riassestando dopo la revisione costituzionale del 2001: Comuni e Province hanno compiti di gestione, mentre le Regioni sono venute in progresso di tempo mutando pelle, passando dalla titolarità di funzioni amministrative delegabili ai primi due livelli o ad altri enti territoriali a prevalenti compiti di indirizzo e programmazione. Se ora si svuota  il livello intermedio, intere serie di funzioni di area vasta devono risalire delle Province alle Regioni, non potendo scendere a livello comunale: si pensi alla programmazione del territorio ed ai parchi, alla gestione dei rifiuti e soprattutto del loro trattamento. E’ vero che alcune funzioni, come quelle in materia di edilizia scolastica, possono essere trasferite con le relative risorse al Comune, ma non va dimenticato che il coinvolgimento delle Province specie nell’istruzione tecnica risale alla  legge Casati del 1859, e un senso doveva pur esservi in una articolazione della formazione tra istanze territoriali diverse. In sintesi, a parte il trasferimento del personale a rimpolpare l’organizzazione regionale, che esclude risparmi e richiede anni di inquadramenti, scorrimenti, riorganizzazioni, è l’incidenza sull’impianto complessivo delle autonomie che preoccupa. Sarebbe preferibile una legge di revisione costituzionale, che con larghe maggioranze, nel breve disponibili, riordini il sistema delle autonomie sulla base di moduli strutturati. Il mero taglio dei costi della politica nella specie è tutto da dimostrare: si parla di 65 milioni di Euro annui  derivanti dalla riduzione del numero dei consiglieri, mentre il costo delle riorganizzazioni è tutto da calcolare. Si aggiunga che il costo della scomparsa di funzioni oggi assolte  in sede provinciale e difficilmente trasferibili è incalcolabile. Bastino due esempi. Anzi tutto,  è ormai risaputo che i Comuni, sotto la stretta del patto di stabilità, hanno  negli ultimi anni ceduto alla lusinga dell’impiego del territorio in cambio di risorse monetarie; che cosa accadrà se si sopprime l’approvazione provinciale degli strumenti urbanistici e i Comuni vengono autorizzati ad autoapprovarseli? In secondo luogo, la programmazione della realizzazione di impianti di smaltimento dei rifiuti su bacini sovracomunali è già ora difficilissima, come dimostra l’esperienza di talune zone del Sud: è vero che molte problematiche derivano dal costume locale, o piuttosto dal malcostume, ma il futuro indirizzo e coordinamento provinciale non basterà a fronteggiare l’esigenza di allocare sul territorio un adeguato numero di impianti. Più in generale, bisogna saper resistere alla tentazione di misure che, a prima vista rispondenti alla logica del risparmio, generano nel medio periodo un sicuro deterioramento ed in ultima analisi una maggiore spesa. In questa fase della vita del Paese l’opinione pubblica si sta orientando in senso demagogico. Questa deriva va evitata sia quando di marca populistica sia se conseguenza di pressioni tecnocratiche. Soprattutto le riforme istituzionali di struttura con ricaduta diretta sulla Costituzione meritano di essere tenute fuori dal perimetro dei provvedimenti di emergenza. Diversamente, possono facilmente crearsi altre emergenze, non sempre rimediabili, specie se la loro incidenza sul territorio si produce lungo archi di tempo di una o più generazioni.

Prof. Giuseppe Franco Ferrari, Presidente IFEL Fondazione ANCI